Posted on 12 Dic, 2018 by Aeris --- 2 commenti

Netflix partirà con il remake di Saint Seiya in estate, qualsiasi fan dei Cavalieri ne è al corrente. In questo progetto Shun sarà una donna, si chiamerà Shaun, e qui viene il bello: lo sa chiunque, persino quelli che non hanno idea di chi cazzo sia Shun. Le mie reazioni alla notizia sono state molto bizzarre: inizialmente mi sono piegata dal ridere, passando mezza mattinata con i crampi allo stomaco, godendomi lo spettacolo di diverse fujoshi in piena crisi mistica. È stata la parte più divertente della giornata, peccato sia durata così poco. La seconda fase è stata quella del facepalm, la rassegnazione che ormai mi fa compagnia 2005. Si tratta di quel momento in cui il tuo cervello inizia ad elaborare pensieri consolatori, rivalutando tutti quei progetti che fino a cinque minuti prima reputavi immondizia. In ultimo, la fase attuale, quella del mi avete rotto i coglioni. Tutti.

Sì, trasformare Shun in una donna è ovviamente una stronzata, ma il punto della discussione dovrebbe essere un altro: è la scelta stessa di cambiare il sesso ad uno dei personaggi che si merita di fare un frontale con una Galaxian Explosion. Limitare il concetto a Shun è sbagliato e pericoloso; sarebbe stato profondamente sessista – perché è di questo che si parla – il cambio di qualsiasi altro personaggio.

Molto del mio discorso ha poco a che fare con Saint Seiya nello specifico, I Cavalieri a ‘sto giro sono soltanto un pretesto per parlarne, si tratta di un problema più grosso che sconfina in molti dei remake e reboot che abbiamo avuto negli ultimi anni, alcuni fatti con intelligenza ed altri no. Di fatto, di Shun e della Serie Netflix mi frega relativamente poco, mi guarderò gli episodi facendomi un sacco di risate, il punto centrale del discorso è che siamo di fronte ad una forma mentis che ormai ha stancato parecchia gente.

#1. I CINQUE, IN BREVE

Saint Seiya è un’opera corale. I suoi cinque protagonisti non sono messi lì a caso, per l’aria che tira, hanno un preciso scopo: fornirci un ventaglio di diverse personalità, caratteristiche che li completano a vicenda come esseri umani e – soprattutto ed in questo caso – come uomini.

E quindi Seiya rappresenta la devozione, la tenacia, la volontà di riuscire nell’impresa anche se sei l’ultimo degli stronzi; anche se non sei nessuno di speciale, anche se tutti ti dicono che è impossibile.
Shiryu è la saggezza, è la coperta di Linus che ci fa sentire protetti. È la presenza costante che non ti abbandona. È l’amico che sfancula la fidanzata e la vita che vorrebbe condurre per star dietro a te, piccolo pezzente, che da solo non vai da nessuna parte.
Hyoga è la fragilità, rappresenta l’emotività che c’è dentro ognuno di noi. Con lui trovano spazio i fantasmi del passato che non riusciamo a toglierci di dosso; i pesi e le perdite da elaborare per impedire che condizionino il nostro presente.
Ikki è l’outsider, quello che non ti fa pesare i suoi problemi ma che accetta di sobbarcarsi i tuoi. È l’amico che ti parcheggia a quel paese senza passare dal via, quello che ti sbatte la verità in faccia, anche se dolorosa, è il migliore amico che sparisce e non ti chiama per 10 anni, quello che pensavi fosse morto ma che casualmente ricompare alla tua porta nel momento in cui sei più nella merda.
Shun è la gentilezza, la comprensione, quello che ti rimbocca le coperte dopo una giornata del cazzo, quello che non importa dove andiamo a sfondarci di birre, basta che stiamo insieme. È il sacrificio, quello che si mette in mezzo se iniziate a pigliarvi a pugni.

Ora, voi mi direte: ma tutte queste caratteristiche possono appartenere anche a delle donne! Bravi, è verissimo, ed è per questo che, tra le altre cose, esiste Sailor Moon. Il punto è che Kurumada voleva ritrarre queste caratteristiche in cinque ragazzi perché è a loro che voleva dire qualcosa. Poco importa che Saint Seiya sia uno shonen di metà anni ’80 e che all’epoca fosse normale avere uno squadrone di soli uomini; importa che quelle cinque personalità distinte rappresentano modi che possono essere propri di qualsiasi uomo, ragazzo o bambino; cambiarne anche solo uno significa privare lo spettatore di una figura di riferimento importante. Se è vero che dovremmo saperci identificare in tutti, a prescindere dal sesso a cui apparteniamo, è anche vero che non tutti sono in grado di farlo. Io da piccola mi divertivo a calarmi nella parte di Shiryu come in quella di Hilda, ma non tutti siamo uguali, e non è giusto pretendere di esserlo.

Quello che mi dà davvero fastidio, di tutta la storia di Shaun, non è tanto il sottolineare quanto sia idiota ed infelice la scelta di Netflix, l’errore sta nel volersi concentrare su Shun, facendo passare il concetto che Sì, dai, se avessero cambiato il sesso di Ikki andava bene.

Ahahah, no. No. NO. E-N-N-E-O.

#2. UN MARKETING DA AUTOGOL

Unicamente da un punto di vista socioculturale, io per prima penso che una scelta sia peggiore rispetto ad un’altra; è chiaro che certe personalità dei cinque vengano storicamente percepite (soprattutto in occidente) in modo sbagliato, alcune più maschili ed altre più femminili, ma fare il gioco delle percentuali di gravità è francamente ridicolo, nonché infantile, se è il concetto alla base a non funzionare. Raccogliere un chilo di merda non è più piacevole che raccoglierne due, fa schifo uguale. Cambiare il sesso ad uno dei protagonisti solo per avere l’ennesima quota rosa è francamente offensivo. Non è progressista, non è femminista come stai cercando di far credere, è semplicemente una stronzata. Netflix in questo momento mi sta dicendo che Ehi! Nella serie originale tu non eri rappresentata, quindi facciamo così: storpiamo il nome a questo qui e te lo rendiamo femmina! Gr-grazie?! Sostituire un uomo con una donna è l’unica soluzione che hai trovato? Pensi che sia appagante sapere che l’unico modo che hai per valorizzarmi è farmi ricoprire la parte che un tempo era di un uomo? Mi stai dicendo che è troppo difficile creare una donna interessante senza un maschio che le ceda il posto? Vuoi un applauso, anche?

In fin dei conti è questo che non perdono, a Netflix: aver preso I Cavalieri per farne uno sponsor del politically correct, facendo passare il concetto che in Saint Seiya ci fosse qualcosa di moralmente ed eticamente sbagliato, e che se trent’anni fa si poteva perdonare, adesso non più. Come se ci fosse qualcosa di ingiusto nel narrare la storia di cinque ragazzi che salvano il mondo, come se l’assenza di una donna nel gruppo possa sul serio rappresentare un’offesa per tutto il genere femminile; come se I Cavalieri andassero aggiustati. No, non è così che si fa, mi spiace. Capisco l’intenzione ed il messaggio – giustissimo – che vuoi dare, ma il risultato è che il comportamento sessista lo stai avendo tu. Perché non c’è niente di sbagliato in cinque uomini che combattono, non era sbagliato nel 1985 e non sarà sbagliato nemmeno nel 2019. È un punto importante, questo, perché io voglio poter continuare a leggere storie di soli ragazzi, di sole ragazze e di ragazzi e ragazze insieme. Voglio avere la possibilità di scegliere, e quello di Netflix è l’ennesimo passo falso verso un mondo che non mi piace, verso un mondo che ti toglie il paletto che hai di fronte solo per poi piazzartelo alle spalle.

Tranquilli, sto esagerando di proposito. Sono consapevole che non saranno certo Saint Seiya e Shaun a scatenare l’Apocalisse media-socioculturale del millenio, ma rappresenta una mentalità che ormai mi stanca e mi fa solo incazzare. È il modo migliore per far sì che anche le cause più importanti (e a cui Netflix tiene un sacco) vengano poi percepite come barzellette. E questo è davvero paradossale, perché non lo faccio presente da fan di Saint Seiya, lo faccio presente come essere umano.

#3. L’IDEA GENIALE CHE NON C’È

Ma torniamo a Saint Seiya sul serio. In generale i motivi dell’operazione a Casablanca di Shun sono abbastanza evidenti (e dichiarati): marketing, target, pubblicità, svecchiamento. Per carità, capisco assolutamente un certo tipo di esigenza per avvicinare un pubblico nuovo, fresco, di bambini e bambine. In questo senso l’idea di avere una donna nel gruppo principale la rispetto e la condivido pure, ma allora non mi prendi un personaggio e ci ficchi un paio di tette, ti sfondi il cervello e mi crei un personaggio originale di tuo pugno, un personaggio che aggiunga una sua qualità specifica al gruppo. È stato fatto con Omega, con Lost Canvas, con Saintia Sho e persino con Legend of Sanctuary; i miei ormoni possono continuare a lamentarsi di Milo donna, ma alla fine dei giochi era un personaggio così lontano e vicino a quello originale che di fatto riusciva a ricordare Milo senza, però, esserlo sul serio.

Stiamo parlando di un remake in cui inevitabilmente cambieranno diversi elementi rispetto all’opera originale, e va benissimo; è inutile fare il copia/incolla della  Serie Classica in CGI, quella è sempre lì. Il progetto è in piedi da anni, e che in tutto questo tempo non siano riusciti a trovare qualcosa di meglio è francamente desolante. Di opzioni ce ne stavano tante: un sesto protagonista, la valorizzazione di un personaggio femminile già esistente (tipo June, chessò), Hyoga che ci lascia le penne e viene sostituito dalla gemella che credeva schiattata a causa sua (YEHI!), Seika che diventa una Guerriera per ritrovare il fratello… cazzo ne so, non è sicuramente il mio lavoro, ma le idee sulla tavola ci arrivano, se si lavora bene. Se si aggiunge, anziché sottrarre. Questo è il classico esempio di un lavoro pressapochista. Non c’è niente di sbagliato nel voler creare un prodotto che porti un fatturato, ma c’è differenza tra il farlo bene e il farlo di merda.

#4. PERCHÈ PROPRIO SHUN

Voglio fare la persona carina, e quindi vi darò due risposte.
Una in buona fede e l’altra in cattiva.

La prima è che, molto banalmente, non lo sappiamo. Conosciamo i motivi che hanno condotto la produzione verso il gender-switch, ma non sappiamo assolutamente nulla sulle ragioni che hanno portato a scegliere proprio Shun. Non sappiamo, ad esempio, come mai Shaun non porti la maschera, al contrario di Marin. Sicuramente ci sarà una spiegazione assurdamente scema, ma allo stato attuale si lascia aperta l’eventualità di una Shaun che si nasconde e si spaccia da ragazzo con tutte le implicazioni del caso. È un’ipotesi parecchio improbabile, lo so, ma magari ci troviamo di fronte ad un Aramis 2.0. Ancora più banalmente, non sappiamo nemmeno se Shun rappresenti un caso isolato o se la stessa sorte toccherà anche ad altri personaggi. Per questo, tra le altre cose, è azzardato gettarsi su accuse di sessismo focalizzandosi soltanto su Shun. Se poi salta fuori che tutte le costellazioni femminili sono collegate a donne, che succede? Lodi di avanguardia femminista perché Shaka diventerà una ragazza? Siamo in Saint Seiya, non in Doctor Who.

Va comunque ammesso che è difficile parlare di questo argomento senza sapere, a tutti gli effetti, che tipo di personaggio sarà Shaun. Non sappiamo se, oltre all’aspetto, manterrà i tratti caratteriali del personaggio originale (ricordiamo che all’inizio, nel manga, Shun è un personaggio che non ha tutte le insicurezze che arriveranno più avanti. Il trailer in questo non è affato fuori posto come alcuni hanno fatto notare) o se avrà una sua precisa identità. Una Shaun tale e quale al vecchio Shun non porterà nulla di diverso alla storia; una Shaun che non ha paura di niente e che rivolterà i cieli a suon di Nebula Chain, invece, sarà l’ennesima presa per il culo.

In ultimo, c’è il perché in cattiva fede, ossia l’elefante nella stanza che tutti stanno indicando dall’inizio della settimana: la percezione di Shun in occidente. Lo dico da una vita, ma per riuscire ad inquadrare nella giusta chiave di lettura un’opera straniera bisogna cercare di calarsi, per quanto possibile, nel contesto socio-culturale di chi, quell’opera, la scrive; specialmente se vuoi parlarne bene.

Shun, fuori dal Giappone, viene in genere percepito come un personaggio ambiguo, come un personaggio incerto sulla sua identità sessuale e come manifesto LGBT. Non c’è nulla di male a vederlo in questo modo, sia chiaro, ma il fatto è che lo stai fraintendendo. La verità dei fatti è che Shun non ha niente di ambiguo, per un giapponese; è semplicemente un ragazzo delicato, gentile, sensibile e restio al combattimento, in contrapposizione al fratello. Da un punto di vista estetico, invece, ricade nell’androgino giapponese, un’estetica di cui i manga sono stra-pieni. Ma ancora una volta, è solo estetica. Un giapponese in Shun vede semplicemente un modo di essere del personaggio, non ci legge informazioni su identità o orientamento sessuale. A dirla tutta, non è nemmeno un’estetica collegata ad una personalità specifica, in quanto esistono personaggi androgini stronzissimi come buonissimi. Esistono personaggi androgini gay come personaggi androgini etero. Tra l’altro, attenzione: alla maggior parte dei mangaka frega relativamente poco di parlare di omosessualità o eterosessualità in senso stretto, sono davvero pochi i manga e gli anime che affrontano questi temi seriamente e da un punto di vista reale. Ai mangaka interessa parlarti della persona e dei sentimenti che la agitano, indipendentemente dal sesso; autrici come la Ikeda o le CLAMP su questo concetto ci hanno fondato un Impero; è il motivo per cui molti arrivano alla fine di Caro Fratello e ci restano di merda.

Shun possiede un aspetto e delle doti caratteriali che lo fanno apparire debole, gentile e tendente al sacrificio; caratteristiche percepite come femminili, e quindi da donna. E questa è la cattiva fede: far passare il messaggio che queste doti siano prerogativa del sesso femminile, riuscendo nella storica impresa di offendere un po’ tutti quanti. Uno scivolone abbastanza notevole, da parte di Netflix.

A voler seguire le leggi del politically correct, erano due i Bronze che con il gender-switch rischiavano di sollevare un polverone: Hyoga e Shun. Bravi, ci avete preso. Non che con Seiya, Shiryu o Ikki vi sarebbe andata bene eh, un’idea del cazzo è pur sempre un’idea del cazzo, ma ci vuole davvero tantissimo talento nel scegliere l’opzione peggiore tra le peggiori.

Poi per carità; ricordiamoci che non siamo noi, il target della serie. Resta sempre una produzione nippo-americana e, volenti o nolenti, il bersaglio principale sono bimbi e bimbe che di Shun non sanno niente, ed è pure giusto che non lo conoscano. È risaputo che in America Saint Seiya non riesce a decollare (grazie a Dio, aggiungo, perché avere a che fare con il fandom americano quando si parla di anime e manga è una disgrazia), per loro evidentemente il problema sta nell’assenza di una donna nello squadrone principale, vediamo se sarà così. In caso di successo, vale comunque la pena domandarsi se sostituire, anziché aggiungere e creare, sia la strada giusta da seguire.

Aeris (40 Post) Gira sul Web dall'inizio del nuovo millennio e da allora ha fatto un sacco di cose inutili. Legge tanto, tiene a mente tutto ma posta pochissimo, ecco perché non avete mai sentito parlare di lei. Dal 1990 continuano a chiederle quale sia il suo Cavaliere d'Oro preferito; quelle persone stanno ancora aspettando una risposta.

 

2 Responses so far.

  1. Sibir' ha detto:

    Ho apprezzato tantissimo questo articolo, soprattutto il punto uno (ero una delle poche persone al mondo a non conoscere questo dettaglio sulla nuova serie in uscita) e ti faccio i complimenti anche per il punto quattro, centratissimo.

    Ci pensavo proprio in questi giorni, scorrendo le sinossi di orridi reboot prodotti ultimamente; pensavo che, con tutti i difetti possibili che si possano trovar loro, le opere giapponesi, soprattutto quelle che siamo stati fortunati a poter vedere da bambini sebbene il doppiaggio spesso ci creasse grossi punti interrogativi, sono forse tra le opere più rispettose della persona in generale.
    E’ normale che alla base di un’opera vi sia una trama di ideologie che danno al prodotto l’impronta dell’autore, ma sforzarsi in tutti i casi di produrre qualche cosa che vada continuamente incontro ai gusti del pubblico o che solletichi il nervo suscettibile del momento a discapito di qualità e solidità strutturale, è qualche cosa di svilente e tedioso.
    Questa era una cosa che già mi aveva infastidita prima nel Lost Canvas, che comunque è uno degli spin-off meglio riusciti e mi ha regalato nonostante tutto delle perle, ed ancora di più in Soul of Gold e Saintia Sho. Questo solo per soffermarsi su Saint Seiya’, perché se guardiamo al di là dell’oceano questo stesso modus operandi è ancora più evidente (anche perché ‘ forse’ è lì che è stato ideato); ormai tutto quello che è prodotto oltre ad essere un rimaneggiamento di vecchi capisaldi deve OBBLIGATORIAMENTE proporre un ‘ agenda, a volte più agenda che trama, divenendo quasi irrispettoso per l’osservatore al quale si toglie il diritto di discernimento cosciente e soggettivo e lo si tratta come un bambino a cui viene esaudito il capriccio del momento (dietro lauto guadagno) oltre che come un bidone da riempire di ideologia politicamente corretta fine a sè stessa e di una sterilità imbarazzante – quando non proprio dannosa.

    Un saluto

  2. Elfoscuro ha detto:

    Shaun of the dead

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