Posted on 06 Giu, 2016 by Aeris --- 5 commenti

Questa nuova rubrica è nella mia testa da diverso tempo, nel senso di anni, e nasce dalla mia personale necessità di mettere un certo ordine all’interno dei 114, indagando su cosa combinava l’anime mentre il manga veniva serializzato, e viceversa. È un traguardo abbastanza titanico, il mio, e ho deciso di cominciarlo adesso perché l’anime si sta avviando verso il suo trentesimo anniversario e, beh, festeggiarlo a dovere mi sembra il minimo dato che si tratta davvero di una vita passata insieme.

In generale: ripercorreremo tutti i 114, il Sanctuary, il Meikai e l’Elysion. Al centro di tutto resterà sempre il mio grandissimo amore per la serie, ma a tratti la prenderò in giro, la manderò a quel paese, la sgriderò e la inonderò di lacrime quando sarà giusto farlo. Il metodo di approccio cambierà a seconda dei diversi archi narrativi che andremo ad affrontare, perché se con i 114 mi dilungherò sulle rispettive serializzazioni di manga ed anime, confrontandole e tirando anche conclusioni personali nella speranza di interessarvi a questa avventura, dal Sanctuary in poi chiaramente non potrò più farlo, e quindi si faranno tante chiacchiere, semplicemente. Con il Meikai ed Elysion, poi, ci manderemo tutti a cagare in allegria.

In particolare, ricordate sempre:

– Per la produzione di un singolo episodio di un anime – negli anni 80 – servivano dalle 5 alle 7 settimane circa. Per i film, chiaramente, qualcosina di più, soprattutto il Terzo.
– Le puntate venivano gestite da più team contemporaneamente. Questo spiega il continuo cambio di stile nei disegni e nella regia, nonché la più o meno regolare ciclicità degli stessi, soprattutto a lungo termine. Araki e Himeno a parte, purtroppo, perché impegnati nella realizzazione dei primi tre film.
– Un singolo episodio dell’anime riusciva a coprire – in media – due capitoli del manga.
– E’ un dato da tenere sempre a mente, perché – unito ai tempi di produzione – mette in evidenza non solo quanto le due produzioni siano sempre state vicine, ma anche quanto l’anime sia stato di fondamentale importanza per Kurumada ed il manga stesso.
– Che non vuol dire Ah, Kurumada, sei un perdente! Pure il tuo stesso anime copi!, ma piuttosto sta ad indicare quanto il Saint Seiya che conosciamo sia il risultato di un’unione colletiva tra le menti di Kurumada, Toei e Bandai.

Per Saint Seiya invece è stato molto diverso, perché il suo successo era stato pianificato anche da altre persone, quindi non è stata solo una mia idea.
Se non avessi avuto l’aiuto di queste persone,
probabilmente sarebbe diventata un altro tipo di opera.
Masami Kurumada, Shonen Jump / Saint Seiya nr. 1, Star Comics

Una mia amica mi ha detto che quando parlo di Saint Seiya sembro una maestrina. Ecco, immaginatemi così.

Conoscere l’intera storia di Saint Seiya e realizzare che tutto ha avuto inizio con le Galaxian Wars mi fa sempre sorridere, e mi fa comprendere quanto un’opera riesca a cambiare di forma e di obiettivi man mano che procede, subendo l’influsso di più persone che ci lavorano.

È l’11 Ottobre 1986 e in Giappone va in onda il primo episodio dei Cavalieri. Al timone della serie, un sacco di persone bellissime: il regista Kozo Morishita, Shingo Araki e Michi Himeno all’animazione, Seiji Yokoyama alle musiche e Takao Koyama al soggetto e script.

Benché il manga fosse partito tra Novembre e Dicembre del 1985, è giusto sottolineare che dell’anime si inizió a parlare pochissimo tempo dopo: le riunioni con i vari sponsor partirono subito, mentre l’ordine per il primo episodio fu fissato già in Luglio, tant’è che ad Agosto si ebbe l’annuncio ufficiale dell’anime su Shonen Jump. All’epoca erano usciti solamente 36 capitoli, non era stato pubblicato nemmeno il primo tankobon ed il manga si trovava ancora nell’arco narrativo di Phoenix.

È importante sottolineare questa cosa, perché giustifica non solo la necessità fisiologica di realizzare qualche filler per aumentare la distanza con il manga, ma spiega anche le ragioni di un anime inzialmente non proprio sicuro della sua identità, senza una coerenza precisa o ben definita, ed il motivo è molto banale: non lo era neppure il manga, non ancora almeno.

E quindi andiamo a scoprirli, i cinque punti principali che hanno formato I Cavalieri, così come li conosciamo. Il tutto grazie ad un lavoro che nel fandom (Italiano) hanno fatto in 4 gatti: tramite il confronto incrociato delle serializzazioni di manga ed anime, mixate a dichiarazioni ed interviste degli stessi autori: da Kurumada a Koyama, da Araki a Morishita. A tal proposito, è stato di fondamentale importanza il lavoro svolto da Shiryu (ehilà!) e dal suo icavalieridellozodiaco.net. Grazie di cuore.

Seiya, meglio conosciuto come l’amante dei burroni, chiara metafora del non mollare mai.

IL CONTESTO STORICO: si parla spesso della crisi degli anime tra la fine degli anni 80 e la prima metà dei 90, ed è proprio in questo periodo che Saint Seiya si affaccia timidamente sul mercato di questo mondo. I Real Robot avevano invaso le televisioni e piano piano iniziarono a stancare il pubblico, tant’è che – verso la metà degli anni 80 – le produzioni relative a questo genere erano in forte calo. Complice anche l’invasione dei videogiochi, gli indici di ascolto degli anime non erano tra i più felici, e con gli ascolti bassi non si vendono i giocattoli. Eccolo, il vero problema; tranquilli, era così anche 30 anni fa. Siamo a cavallo tra il 1985 ed il 1986: la Bandai ha bisogno di qualcosa di nuovo su cui investire e la Toei Animation è alla ricerca di un nuovo anime da proporre per l’Autunno del 1986, qualcosa di eroistico e, possibilmente, incline ad una forte produzione di merchandise collaterale. Nel frattempo, sulle pagine di Shonen Jump, era appena partita la serializzazione di Saint Seiya per mano di Kurumada, all’epoca già abbastanza celebre per Ring ni Kakero e Fuma no Kojiro. La parola d’ordine è FRETTA e, nonostante fosse inusuale per un mangaka così giovane avere una trasposizione anime in così breve tempo – e con un manga ancora agli inizi -, a Giugno viene ufficialmente posta la firma del Kuru per l’adattamento televisivo di Saint Seiya, mentre Toei e Bandai stappano lo champagne in previsione del Natale.

A dirigere il primo lotto di episodi (1 – 73) viene chiamato Kozo Morishita, all’epoca reduce da quella cosetta chiamata Transformers, ma essendo l’anime pensato per i bambini della scuola primaria, vengono apportate diverse modifiche fondamentali rispetto al manga; la più evidente – lo sappiamo tutti – è il ruolo iniziale di Hyoga come sicario del Santuario, parte che nell’anime passa direttamente a Ikki, cancellando ogni riferimento ai 100 fratelli. Le animazioni vengono affidate a Shingo Araki e Michi Himeno, che doneranno all’anime ed alle Armature un senso di eleganza e bellezza non indifferente, aumentato successivamente dalle maestose musiche di Seiji Yokoyama, le quali daranno all’intero prodotto uno stampo molto più malinconico, triste e solenne, riuscendo a raggiungere un pubblico molto più vasto di quello originario, tant’è che lo stesso Morishita dichiarò:

Il target di riferimento del progetto era abbastanza giovane.
Ma poiché la qualità era particolarmente alta, il lavoro ottenuto
sembra indirizzato ad un pubblico più maturo di quello originario.
E dopo l’inizio della produzione, lo staff ha desiderato rimanere sul tono del manga.
E’ stato successivamente all’episodio 8, quando ho cominciato a notare
dei bambini del quartiere imitare il Diamond Dust di Hyoga,
che ho capito che avevamo conquistato pubblico.
Kozo Morishita / Pegasus Box

La primissima parte dell’anime è sicuramente l’arco narrativo che più si distacca dal manga, e non solo per l’inserimento di figure surreali come Geist Morgana o di scelte involontariamente ironiche come Docrates che scappa dalla polizia (fantastico, sia chiaro), ma anche per l’evoluzione stessa del gruppo e per i motivi che porteranno i Bronze successivamente ad unirsi. In effetti, nel manga, le dinamiche sono parecchio diverse, a tratti anche più mature, complice il target più adulto Shonen Jump. Nonostante tutto, rimane abbastanza evidente il desiderio dell’anime di mettersi in pari con il manga, cercando in continuazione di afferrarne lo spirito ed il target, uno spirito che però all’epoca doveva ancora formarsi anche nella mente di Kurumada, e che ha cominciato ad affacciarsi solamente con la messa in onda dell’anime stesso e con l’entrata in scena dei Silver (e quindi del Santuario): ed ecco che le Armature iniziano ad assumere delle forme più eleganti e meno robotiche, le vestizioni improvvisamente cessano di essere manuali, diventando automatiche e “magiche” anche sul cartaceo; e pure quel senso di leggerezza, ironia e materialità – Campanellini ai polsi? Saint Card? – comincia ad assottigliarsi, lasciando spazio a qualcosa di più intenso, eroico e corale. La messa in onda dell’anime, in breve, inizia ad influenzare anche l’aspetto e la forma del manga stesso che, dai Silver in poi, comincerà a farsi pian piano più elegante e, nei limiti del possibile, più raffinato; trovando il proprio culmine nel Sanctuary dove il Kuru ci regalerà un sacco di silenzi, sguardi ed intimità, ossia quei tratti distintivi che hanno caratterizzato l’anime sin dall’inizio.

D’altronde Kurumada si è sempre dimostrato entusiasta del lavoro svolto da Araki e Yokoyama su Saint Seiya, arrivando a dichiarare quanto i due artisti siano stati importanti per la sua stessa opera, aiutandolo a trovare diverse idee e soluzioni visive. E io sfido chiunque a non disegnare qualcosa di emotivamente devastante sotto le note di Under the Wood of the World Tree. Per dire: per me ci ha disegnato l’intero Sanctuary, ascoltando quella musica.

Shiryu, quello che per 114 episodi continuerà a stupirsi del suo scudo regolarmente in frantumi.

COMUNICAZIONI, QUESTE SCONOSCIUTE: e mi riferisco sostanzialmente a quelle – inesistenti – tra Kurumada e lo staff dell’anime. Nel fandom capita spesso di domandarsi come mai i 114 si siano permessi di inserire figure importanti come il Crystal Saint o Albior, a discapito dei Maestri che sarebbero poi stati presentati nel manga, e la risposta è di una banalità disarmante: Kurumada non collaborava con lo staff dell’anime. A dirlo è lui stesso:

La programmazione della serie televisiva è iniziata mentre
il fumetto era ancora ancora in corso, perciò non ho avuto tempo per lavorarci,
e ho lasciato fare allo staff dei cartoni animati.
Ma riguardo al Primo Film ho partecipato scrivendo il plot della storia
e ho creato i Cloth dei cinque Saint nemici.
Masami Kurumada / Saint Seiya nr. 24, Star Comics

Precisiamo: non penso che Kurumada non collaborasse per fare i dispetti all’intero team dell’anime, sono più dell’idea che semplicemente non ne avesse il tempo, dati i ritmi stressanti delle serializzazioni settimanali. In effetti, Kurumada ha sempre preso le distanze da qualsiasi invenzione dell’anime e, in tutte le interviste che mi è capitato di leggere, ha spesso rivendicato con estrema fierezza solamente la collaborazione verso i Film, soprattutto i primi due (è invece abbastanza sconosciuto quanto ci sia di suo nel Terzo, ma le atmosfere mi hanno sempre fatto pensare un ben poco).

Detto questo, penso sia importante sottolineare un fatto ancora più importante: Kurumada è un autore che racconta sempre molto poco dei personaggi che presenta, soprattutto dei secondari. E’ un suo grandissimo pregio, ma è anche il suo peggior difetto, perché se da una parte ha la possibilità di recuperare diverse situazioni per poi ri-utilizzarle o anche abbandonarle per un repentino cambio di idee, dall’altra impedisce a se stesso (e allo staff dell’anime) di fare dei progetti a lungo termine, perché molto spesso il Kuru ha dimostrato di saper cambiare le carte in tavola all’ultimo minuto.

Ed è proprio a causa di questa sua attitudine che si sono venute a formare le due più grosse voragini narrative dell’anime: prima con la faccenda Arles!Sion!Saga e poi con il Crystal Saint Maestro dei Ghiacci. Il motivo, ancora una volta, è molto banale: nemmeno Kurumada sapeva come comportarsi a riguardo, anzi, sono abbastanza convinta che siano le uniche due situazioni su cui si sia arrovellato per più tempo, e non è certo un caso che siano anche i soli momenti in cui l’anime si perde completamente per strada, senza mai riuscire davvero a porvi un rimedio coerente. Fortunatamente la Toei ad un certo punto deve averla capita, questa inclinazione Kurumadiana, e ringraziamola di cuore, altrimenti avrebbero ufficializzato anche lo status di Marin come sorella di Seiya o di Milo come Maestro di Hyoga.

Non importa quanto tu gli abbia voluto bene, Hyoga ti cercherà, ti troverà e ti ucciderà.

I FILLER INNOCUI, A VOLTE: ad eccezione dell’intero arco narrativo di Asgard (che fa storia a parte), la maggior parte dei filler di Saint Seiya viene collocata nel periodo pre-Scalata, e nella stra-grande maggioranza dei casi si tratta di episodi innocenti ed incredibilmente ridicoli, tuttavia importantissimi sul piano concettuale. Un po’ come Shiva ed Aghora Pavone e Loto, insomma, le idee originali dell’anime hanno un ruolo fondamentale per la creazione dell’universo della serie, mettendo in piedi una fortissima sensazione di pericolo proveniente dal Santuario. I tempi vengono rallentati, e questi giocano una parte sostanziale per l’intimità della storia. L’anime riesce a ricordarci in continuazione che questi cinque ragazzi sono anche delle persone comuni: giocano a calcio, vanno allo zoo, suonano strumenti, bevono, mangiano, guidano la macchina (!!!) e puliscono casa. All’occorrenza fanno anche la doccia, sbadigliano e dormono pure. Vivono in un mondo reale, insomma, fatto di grosse multinazionali, imprese, burroni e baite di montagna.

E poi durante i filler si ride, mamma mia se si ride. Le risate più spettacolari ce le siamo fatti tutti quanti nei primissimi episodi, tra l’anime che cercava di seguire a modo suo lo spirito tauro ed ironico del manga (Next Dimension, presente?), ed il fumetto che cercava di allinearsi alla forma del cartone stesso, con Kurumada che puntualmente demoliva gli azzardi e le idee provvisorie dell’anime. A tal proposito:

Quando scrissi il primo episodio ero consapevole che in questo lavoro,ad
esclusione di Seiya, le caratteristiche del manga originale non ci erano ancora
molto chiare. Con così tante situazioni sconosciute anche per gli stessi realizzatori
dell’anime, siamo andati avanti creando una serie di idee provvisorie,
e Kurumada ha cominciato a buttarle giù tutte. Quindi non è mai successo
che [Kurumada] mi chiedesse di non utilizzare qualche mia idea.
Takao Koyama / Intervista dal portale Saint Seiya Next Dimension

Questa dichiarazione di Koyama è quasi illuminante, se si considera la cronologia delle due serializzazioni che correvano in parallelo, perché è come se gli azzardi dell’anime avessero spinto Kurumada a prendere diverse decisioni importanti in virtù dell’intreccio narrativo del suo stesso manga; trombando quelle provvisorie (e spesso peggiori) dell’anime. Ad esempio:

– L’anime esce dall’arco narrativo dei Black Saint, e Kurumada sforna il capitolo dedicato a Shaka, successivamente inserito proprio in quel momento. Della serie #mammachesfiga.
– Nell’anime entra in scena il Crystal Saint: poche settimane dopo Milo diventa il Maestro “provvisorio” di Hyoga.
– L’anime cerca di trovare una giustificazione credibile  per la presenza di June a Tokyo. Viene quindi presentato Albior come maestro di Shun, e Milo diventa il responsabile della distruzione dell’Isola di Andromeda. Svariate settimane più tardi Kurumada introdurrà il Saint di Cefeo, e sarà Aphrodite ad ucciderlo.

Mi rendo conto che, dettà così, possa sembrare che il Kuru si sia divertito un sacco nel fare i dispetti all’intero staff dell’anime; in effetti mi immagino spesso Koyama sull’orlo di una crisi di nervi ad ogni nuova uscita di Shonen Jump, ma in realtà non penso che Kurumada all’epoca volesse essere stronzo o vendicativo, tutt’altro. Sono più dell’idea che l’anime gli abbia semplicemente messo fretta, riuscendo quindi a dargli il giusto spunto per sbloccare diverse idee che ancora non riusciva a concretizzare. Per questo penso che in fondo la genesi di Saint Seiya sia così affascinante; è bellissimo constatare come le diverse menti che ci abbiano lavorato siano riuscite ad entrare in un divertente circolo di scambio e beneficio reciproco.

E poi ci sono anche loro, purtroppo, i filler inutili e brutti. Quelli che proprio non servono a niente da nessun punto di vista e che ti mettono faccia a faccia con un forte lavoro interiore: e questi da dove minchia sbucano? Perché stanno ancora nell’eyecatch nonostante siano scomparsi da più di 30 episodi? Che ci fanno qui in mezzo? Armature meccaniche? Ma quello della Terra sa fare qualcosa? Almeno l’altro pilota un elicottero! Mi piacerebbe tantissimo poter giustificare la loro presenza grazie alla Cabala, magari in chiave complottista, massonica o religiosa, ma niente… non si può, perché la verità è sempre abbastanza sconfortante: commissionati per la serie da Bandai, i modellini degli Steel ebbero un enorme successo tra i bambini della scuola materna; ma ne riparleremo, tranquilli.

Shun, quello che non vuole mai uccidere nessuno ma che alla fine ti asfalta lo stesso.

DUE INCIPIT PROFONDAMENTE DIVERSI: benché la trama di manga ed anime sia sostanzialmente la stessa, nei primissimi archi narrativi di Galaxian Wars e Black Saint, lo sviluppo del gruppo ed il profilo caratteriale dei Bronze è diversissimo nel cartone e, in effetti, riescono a sembrare personaggi completamente diversi. Non peggiori, non migliori: differenti. Chiunque abbia letto il manga sa benissimo che inizialmente il vero sicario del Santuario doveva essere Hyoga, ruolo che nell’anime passa direttamente ad Ikki, al contrario del fumetto dove il Saint della Fenice agisce per scopi personali, spinto dall’odio verso Mitsumasa Kido, reo di aver generato 100 figli per poi sparpagliarli in giro per il Mondo un po’ a caso, destinandoli a scontri fratricidi. Un perfetto esempio di amore paterno, da mettere accanto a Royal Tenenbaum, Hojo e Gendo Ikari.

Inserire l’idea che i 100 aspiranti a Bronze Saint
fossero fratellastri (ad eccezione di Shun e Ikki) sarebbe stato realistico?
Nel manga va bene, ma nell’anime sarebbe stato assurdo.
Vi sareste affezionati ugualmente ai personaggi se la battaglia
tra i Bronze Saint fosse stata tra fratelli? Durante lo sviluppo della storia,
ho cancellato l’idea perché era qualcosa che avrebbe potuto influire negativamente
o addirittura danneggiare l’universo originale.
Takao Koyama / Intervista dal portale Saint Seiya Next Dimension

In effetti va ammesso che – alla lunga – di questa storia si scorda in un certo senso anche Kurumada, in quanto la parentela tra i protagonisti ha la sola funzione di giustificare l’unione dei Bronze ed il ruolo di Ikki come villain prima, e un non troppo entusiasmo da parte dei nostri protagonisti alla rivelazione di Athena nelle vesti di Saori poi; tant’è che Shiryu e Hyoga si ritroveranno a decollare per la Grecia un po’ per caso, spinti più dal desiderio di accompagnare Seiya piuttosto che di difendere Saori, e saranno le Dodici Case stesse ad accendere davvero la fede nella Dea.

Nell’anime è tutto diverso, lo sappiamo, e non essendoci questo caso di bad parenting in comune, per i Bronze è molto più facile trovare una guida in Athena, tant’è che la Scalata arriverà ad assumere dei tratti formativi parecchio diversi, soprattutto per Hyoga che, ancora sofferente per il retaggio da villain distaccato nel manga, si unirà davvero al gruppo solamente dopo gli eventi dell’Ottava Casa.

In breve, si tratta di due percorsi formativi e corali piuttosto diversi: da una parte il manga, che gioca su immediati e complessi legami di sangue e odio; dall’altra l’anime, che fa un passo indietro verso una certa semplicità, prendendo tempo e formando il gruppo piano piano, ricamando attorno ai protagonisti numerose occasioni di avvicinamento.

Lui è Ikki. Siamo talmente abituati a vederlo entrare in scena a sorpresa che ormai non è più una sorpresa.

LE IDENTITA’ TROVATE: e si arriva quindi all’entrata in scena dei Cavalieri d’Oro, che farà giustamente esplodere la popolarità della serie in Giappone. Ormai il più è stato fatto, e mentre l’anime mette in produzione l’arrivo dei Silver, il manga entra finalmente nel vivo della storia grazie al combattimento tra Aiolia e Seiya, a Tokyo. L’Armatura del Sagittario ha ormai abbandonato i suoi lineamenti Go Nagaiani ed il suo design va ad affiancarsi a quelle di Leone e Scorpione. Anche il tira e molla tra fumetto e cartone inizia ad assottigliarsi, perché ormai entrambi stanno finalmente inziando a comprendersi reciprocamente. L’anime inizia ad intuire il disegno generale del manga, e Kurumada – a sua volta – inizia ad abbracciare una maggiore eleganza ed intensità narrativa.

Da qui in poi, le due produzioni inizieranno un cammino sempre molto vicino. Nessuno invaderà mai davvero la corsia dell’altro, perché entrambi – fino alla fine – manterranno un’identità ed un’intimità sempre abbastanza diverse; ma procederanno costantemente in parallelo, questo sì. Non ci saranno più voragini narrative, e le uniche che continueranno a presentarsi come tali saranno solamente le dirette conseguenze di scelte azzardate, prese quando l’intreccio della storia era ancora in fase embrionale.

Insomma, spero di cuore di essere riuscita a farvi comprendere anche in minima parte le origini di questo gran casino chiamato Saint Seiya, che forse avrei semplicemente potuto riassumere in qualcosa di più banale, tipo La grande ammucchiata di Kurumada, Toei e Bandai. Prossimo appuntamento: Axia, e quindi si parlerà di cose molto divertenti come delle Galaxian Wars, dei Black Saint, di Docrates o di Hyoga che fa le flessioni. Ma ci sarà spazio anche per Geist Morgana ed i Cavalieri d’Acciaio, non temete.

Aeris (40 Post) Gira sul Web dall'inizio del nuovo millennio e da allora ha fatto un sacco di cose inutili. Legge tanto, tiene a mente tutto ma posta pochissimo, ecco perché non avete mai sentito parlare di lei. Dal 1990 continuano a chiederle quale sia il suo Cavaliere d'Oro preferito; quelle persone stanno ancora aspettando una risposta.

 

5 Responses so far.

  1. Shiryu ha detto:

    Articolo scritto benissimo e argomento sempre molto interessante, complimenti! :)
    Personalmente, a meno di possibili ma a noi ignote conversazioni tra l’impianto editoriale Shueisha e quello produttivo Toei, la sensazione che ho è che in alcuni casi Kurumada abbia voluto un po’ omaggiare l’anime e un po’ “marcare il territorio”, presentando idee simili ma in salsa diversa per rivendicare la diversa identità del suo manga. In un certo senso, è così ancora oggi: da interviste, sappiamo che Shoryu, il figlio di Sirio in ND, è stato ispirato da Ryuho in Omega… però appunto nell’ispirarsi Kurumada non ha creato un figlio biologico di nome Ryuho, ma un orfanello adottato di nome Shoryu, a rimarcare che manga e anime possono esser simili ma mai sovrapponibili.

    • Aeris ha detto:

      Ciao, Shiryu, grazie di essere passato. :)
      E sì, sostanzialmente mi trovo d’accordo con te. Che poi in questa sede mi sono limitata a fare i primi esempi di contraddizione tra anime e manga, ma più in là parlerò anche del contrario, ossia di quello che l’anime ha inserito e che poi magicamente ha iniziato a comparire anche nel manga. Onestamente penso sia anche normale che due produzioni così vicine si siano influenzate a vicenda così tanto, basti pensare a quanto c’è di Hades nel Terzo Film, per dire. Che poi alla fine restano comunque pareri e sensazioni perché, senza sapere con certezza di che parlavano Kurumada, Shueisha e Toei, si rimane appunto nel campo delle ipotesi. E poi voglio dire, ci sta anche: i film, ad esempio, servivano per avvicinare il pubblico all’anime, al merchandise ed al fumetto, è normale che magari abbia proposto delle idee e, visto il successo, il Kuru le abbia volute inserire. A livello di marketing è sensatissimo.

  2. aurora ha detto:

    Interessante articolo.
    Sui films dei CDZ, ci sarebbe da fare però delle dovute precisazioni da inserire. Da quel che sappiamo dalle interviste, dei 6 films sui Cdz realizzati fin’ora, sù 4 di essi sicuro ha lavorato Kurumada.
    – La dea della Discordia
    – Ardente scontro degli Dei
    – Le Porte del Paradiso
    – Legend of Sanctuary
    Nei primi due dalle varie interviste si evince che Kurumada ha lavorato alla trama e alle armature nuove che appaiono nei 2 films, quindi c’è una forte impronta di Kurumada.
    In quello del Tenkai-hen ha fatto il plot narrativo di base della trama(che poi fù parzialmente modificato e utilizzato dal regista, ma questa è un’altra storia…)(Tale plot verrà utilizzato in parte anche nel sequel del manga classico cioè Next Dimension).
    Nell’ultimo(il films in computer grafica CG) sappiamo dalle interviste, che Kurumada ha partecipato alla realizzazione delle nuove armature in CG del films dei 12 cavalieri d’oro e quelle dei 5 cavalieri di bronzo oltre ad aver seguito tutta la fase lavorativa del films.

    Per quanto riguarda le produzioni animate attuali, sappiamo dalle interviste che Kurumada ha dato delle idee per Omega (per esempio il personaggio di Yuna è un idea di Kurumada), è che la scelta dei 12 Cavalieri d’oro come protagonisti di Soul of Gold, è stata fatta anche quella da Kurumada, lo dice il regista dell’anime in una nota intervista dell’anno scorso che fù Kurumada ha scegliere i 12 cavalieri d’oro storici come protagonisti di questo nuovo anime, ed in base a questa scelta hanno creato l’anime.

    Infine sul fatto che Kurumada non seguisse la produzione dell’anime, non nè sono tanto convinta, secondo me in parte la seguiva, infatti ci sono delle dichiarazioni di coloro che hanno lavorato all’anime, in cui dicevano spesso che “chiedevano a Kurumada, sè andava bene oppure no”. Per esempio se si legge l’intervista di colui che ha realizzato la colorazione dell’anime di Saint Seiya, si capisce che chiedevano a Kurumada persino pareri sui “colori” dell’anime.

    • Aeris ha detto:

      Ciao, XD
      Questo rimane comunque un articolo di introduzione alla Serie Classica, quindi non sono stata a fermarmi troppo sui film, ne parlerò più avanti con Asgard e Hades. Così come si accennerà al Tenkai quando si arriverà a ridere del Meikai. Di LOS penso che invece proprio non parlerò, come non parlerò di Omega, perché voglio soffermarmi sui 30 anni della Serie Originle.

      Per il resto: la situazione a dire la verità è molto più intricata di così, perché Kurumada ha sempre dichiarato di aver collaborato ad alcune questioni solo da punto di vista del design. Nel Terzo film, ad esempio, ha curato il design di Abel, e questo si ri-allaccia alla questione dei coloristi, perché sul piano visivo dei consigli li ha sempre dati, è sul piano dell’intreccio narrativo che si brancola nel buio, non a caso sia lui che Koyama, a riguardo, sono sempre andati per strade differenti. Comunque piano piano si arriverà a parlare di tutto, grazie di aver postato. :)

  3. Cristian Maritano ha detto:

    Gran incipit#

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